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IL BARONE RAMPANTE

ITALO CALVINO

“Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d’andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse:

– Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache.

Mai s’era vista disubbidienza più grave.”

C’è chi dice che il Barone Rampante parli di ostinazione.

Io sento invece che la storia di Cosimo sia soprattutto una storia di libertà.

Non una libertà a cui tutto è permesso, fuori da ogni regola e responsabilità.

E’ per prima cosa una libertà che deriva da una scelta ben precisa, non dall’assenza di direzione, ma una difesa del proprio sé profondo.

Una scelta che richiede di essere rinnovata ogni giorno, e che viene difesa sì con ostinazione, ma quella necessaria a un Credo cui tenere fede costerà molto di più che obbedire a quelle stesse regole imposte che lo hanno spinto a fuggire.

Se tale ostinazione lo porta a una vita ben più difficile di quella designata per lui, lo porterà anche a vivere altre vite, altre avventure dalle quali altrimenti non sarebbe mai potuto essere nemmeno sfiorato. La sua esistenza si moltiplica, e questo è il premio per il suo coraggio, per il suo tenere fede alla sua promessa, ovvero a sé stesso.

Cosimo non si allontana dal mondo, non si isola dagli eventi degli uomini, non si nasconde.

Si eleva.

Sceglie di guardare il mondo dalla propria prospettiva, più ampia e al di sopra di chi vorrebbe farlo tornare con i piedi per terra.

“Non capivo che l’ostinazione che ci metteva mio fratello celava qualcosa di più fondo”.

 

«La ribellione non si misura a metri. Anche quando pare di poche spanne, un viaggio può restare senza ritorno».

La prova della tentazione arriva con il nome di Viola, che il Destino mette sulla via di Cosimo come un lampo.

Viola Violante D’ Ondariva è la figlia dei marchesi vicini di terre dei Rondò. È il suo alter ego: ribelle come lui ma passionale, non razionale. Capricciosa, volubile, istintiva. Lui tiene una linea dritta, lei volteggia cambiando idea e umore in ogni momento, secondo il suo vento interiore. Dal primo giorno lo vede sugli alberi e lo sfida, non crede che lui rimarrà veramente lassù. Forse è proprio questa prima sfida che spinge Cosimo a tener fede alla sua promessa, e più tardi sarà l’unica cosa che lo farà vacillare per un momento.

Due facce della stessa medaglia, si riconosceranno come non mai l’uno nell’altro, si ricorreranno, ma come ragione e sentimento saranno sempre in conflitto.

Negli anni ho riletto molte volte questo libro o alcuni suoi frammenti. Mi ha rapito la prima volta a 9 anni e ha continuato a stupirmi e farmi sorridere, o commuovere, come se ogni volta crescesse con me.

Il mio piccolo letto soppalcato mi sembrava un rifugio che mi faceva sentire sugli alberi come lui.

Calvino attraverso storie e personaggi paradossali fa l’occhiolino a delle parti più inconsce di noi, che allora in qualche modo si riconoscono, si comprendono e sorridono di sé stesse.

 

Con umorismo e leggerezza la fiaba di Cosimo ci ricorda – con sfumature diverse ad ogni rilettura- come dire di no e trovare la via tra gli alberi.

Come questi ci conducano al nostro vero destino, e che la vera ribellione richiede disciplina, o come dice lo stesso autore nella prefazione

“La disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella”.

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1 Comment

  1. Lillo

    Complimenti Laura!
    Viene voglia di rileggerlo…

    Reply

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